"Le obliterazioni virtuali del Controllore Metafisico" - di Giordano Ghiraldini (marzo/aprile 06) I Programmatori gli avevano promesso da tempo il guanto a sensori e la simil-fustellatrice a pinza così adesso, che era arrivato il fatidico giorno della sperimentazione sul campo, provava molte meno emozioni di quelle che si era rappresentato nel corso della lunga attesa. C'erano stati spesso (lo riconosceva) momenti di vero abbandono nei quali aveva dato libero sfogo alle fantasie più sfrenate: era possibile che la simulazione si spingesse fino a fargli provare la fisicità del contatto con il metallo dell'obliteratrice meccanica di un tempo? Lui era conscio dell'effetto che faceva sui viaggiatori il vederlo arrivare, sicuro di sé, dentro all'impeccabile divisa azzurrina, con il berretto molto simile a quello della Polizia, e aspettarsi (lo chiederà a me per primo?) quel "favorisca il biglietto, prego" con tono di voce appena sopra alla soglia della scortesia, per far capire che con lui non si scherzava e che era lì per scovare i furbi pronti a farla franca, facendogliela pagare salata. Chi era in regola si aspettava, perciò, quasi un cenno di apprezzamento per l'onestà dimostrata: io sono un Cittadino modello, che paga il dovuto per tempo e non ha paura di nulla. Chiedimi pure tutti i biglietti che vuoi. Anzi, li tengo nascosti fino all'ultimo in modo che tu, Controllore, possa sospettare di trovarti di fronte all'ennesimo furbacchione, chiedendomi ancor più perentoriamente di esibirli, quasi sperando di trovarmi in fallo. Eh no, caro! Eccoti quel famoso biglietto; scrutalo pure per saggiarne l'autenticità; guardalo ben bene per scoprire eventuali falsificazioni; giralo e rigiralo così poi ci resterai ancora più male. Ma il Controllore era preparato anche a questa evenienza infausta e cioè che il biglietto fosse autentico: stringendo in pugno la fustellatrice metallica assestava due colpi nei punti del cartoncino "che sapeva lui" e... clack clack, era come se avesse detto: provati a riutilizzarlo, adesso, se sei capace. Perché io lo so che se non lo perforo, tu lo riutilizzerai alla prima occasione facendo fessa la Compagnia e anche noi, che siamo qui per tutelarne gli interessi. Già, quel vedere riconosciuta la sua autorità, accorgersi di quegli sguardi di sottecchi che valutavano il tempo intercorrente tra la sua comparsa e il momento della richiesta, le mani che correvano dentro alla tasca interna della giacca o della borsetta per assicurarsi che il biglietto fosse ancora lì. Quelle espressioni allarmate di chi non lo trovava subito e, lo si capiva benissimo, pensava oddio, vuoi vedere che m'è scivolato di mano quando quello slavo puzzolente mi ha urtato all'imbarco? E adesso cosa gli dico? Non mi crederà mai e farò la figura del delinquente! Beh, era una sensazione ben più appagante della misera paga che la Compagnia gli passava mensilmente. Lui si sentiva importante e riverito. E, inoltre, ci stava davvero bene dentro a quella divisa che rappresentava il potere e sanciva l'appartenenza ad una categoria forte e universalmente riconosciuta. Quando tornava a casa, a volte durante il giorno oppure alla sera, i vicini si dimostravano sempre affabili e cortesi, sinceramente interessati a come era andata quel giorno. Qualcuno gli chiedeva perfino quanti gaglioffi avesse smascherato, per gustare un po' di legalità spicciola e sentirsi dalla parte del giusto. Anche la moglie subiva il fascino della divisa e, lo si capiva benissimo, era orgogliosa di aver sposato un uomo così elegante ma anche temibile. Lo pensava sempre stirando le camice azzurre con l'appretto perché restassero sostenute e gli conferissero un tono impeccabile e che, agli occhi di tutti, avrebbero fatto capire chi c'era dietro, chi era la regista, chi era la vera autrice di quella personalità importante, tutta consacrata alla giustizia e alla tutela dell'onestà. Il Controllore, quand'era a riposo e "in borghese", non cessava mai del tutto dalle sue funzioni; esercitare il controllo era ormai un habitus mentale e tutta la famiglia cooperava per assecondare questa inclinazione e fare in modo che egli si sentisse sempre a suo agio. Tutti i biglietti della spesa, le ricevute dei bancomat, i conti del parrucchiere e ogni documento che somigliasse vagamente ad un biglietto venivano raccolti diligentemente dentro un apposito contenitore e, quando Lui si sedeva finalmente in pantofole davanti alla TV, questo cestino gli veniva esibito con gesto ufficiale, quasi ieratico, consacrato da un rito che si ripeteva immutabile nella lunga sequenza dei giorni del suo matrimonio. Egli sembrava quasi annusasse voluttuosamente questa cornucopia prima di procedere, secondo il rito, quasi a volerne aspirare ed interiorizzare l'essenza. Poi estraeva l'obliteratrice meccanica a pinza e la depositava su un cuscinetto di velluto rosso a forma di cuore, cucito a mano tanto tempo prima dalla moglie, da allora sempre seduta di fronte. Quindi prendeva delicatamente il primo biglietto e, con polpastrelli morbidi, ne saggiava sapientemente la consistenza; subito dopo avveniva l'ispezione contro-luce alla ricerca di eventuali filigrane nascoste. E ancora l'esame dell'inchiostro, la qualità della stampa (odiava le ink-jet e le Laser perché erano troppo perfette) e, da ultimo, la tipologia della spesa, la ragione sociale dell'emittente. Alla fine, convinto della sua autenticità, prendeva la fustellatrice a pinza e... clack clack asportava impietosamente due micro-coriandoli che finivano a terra tra i ciuffi di pelo del finto tappeto persiano. Quand'era molto stanco la cerimonia si concludeva frettolosamente ma c'erano alcuni giorni in cui lui si sentiva in perfetta forma fisica e allora l'esame da formale si trasformava in sostanziale. Pretendeva di sapere cosa-come-perché, entrava nel merito di ciascuna voce di spesa e ne valutava la plausibilità dell'importo. Dando dimostrazione di una memoria ferrea, comparava i costi con quelli delle volte precedenti e spesso scopriva errori ed inesattezze. Allora chiedeva spiegazioni, scrutando l'espressione del viso della moglie o della figlia per coglierne chissà quale sfumatura durante l'esposizione dei fatti. Alla fine il clak clak della fustellatrice sanciva l'accettazione delle motivazioni. Talvolta, però, si accorgeva della mancanza di un talloncino che avrebbe dovuto esserci ma non c'era e allora, apriti cielo, si scatenava l'uragano. A nulla valevano le scuse addotte, le motivazioni plausibili fornite accoratamente dall'interessata: estraeva il blocchetto delle ricevute con la carta calcante blu e redigeva il documento sostitutivo con cipiglio che incuteva timore e rispetto. Poi, staccata la copia per l'Utente, la consegnava con sdegno all'interessata che la riponeva accuratamente in mezzo agli altri tickets invalidati, con aria contrita da mio dio mi pento e mi dolgo / non lo farò mai più. C'era un vago sentore di ozono nell'aria e una nuvolaglia scura scura sopra alla sua testa prometteva a breve tuoni e fulmini. Lui si sentiva nervoso e a disagio, un po' per il tempo e un po' per l'imminenza della prova, con tutto il complesso pathos delle aspettative e speranze ad essa collegate. Si diresse a passi svelti verso L'Istituto per la Programmazione Interattiva, una costruzione bianca su cinque piani, dall'aria asettica simil-ospedale, situata nel centro del quartiere tecnologico della città. L'acronimo IPI a caratteri cubitali era l'unico elemento che interrompeva la monotonia della facciata, che si stendeva nei due lati per un centinaio di metri, interrotta solo, ad intervalli regolari, da ampie vetrate riflettenti che nascondevano la vista degli interni. Attraversò la piccola fascia di verde che separava l'entrata dalla strada e, all'ingresso, appoggiò la carta di convocazione sul ripiano dello scanner su cui era ben evidente la scritta fluorescente "Accettazione". Immediatamente una bussola si aprì ed una voce femminile aggraziata lo invitò ad entrare "Si accomodi signor Controllore. La stiamo aspettando." Subito si trovò in un ampio salone circolare con il pavimento in marmo bianco Carrara, nel cui centro troneggiava, in un bel verde venato, l'acronimo IPI. Sbucò dal nulla una ragazza bionda molto carina, con un camice bianco immacolato che lasciava intuire le forme ben proporzionate del fisico sottostante e da cui scaturivano due gambe perfette. Lui non era abituato a lasciarsi andare, ad indulgere su particolari anatomici; tuttavia non poté fare a meno di registrare quella bellezza discreta e coinvolgente ad un tempo che, con un sorriso, gli stava dicendo "Benvenuto signor Controllore! - Mi segua, La prego." Non fosse per l'abitudine a controllarsi, quasi gli venne da pensare che una creatura così soave lui l'avrebbe potuta seguire anche in capo al mondo. Salirono in un ampio ascensore illuminato che partì dolcemente e si fermò, altrettanto dolcemente, al terzo piano. La ragazza in camice uscì e, assicurandosi di essere seguita, si diresse verso una porta con una targa fatta di strani simboli, simili a quelli che aveva visto dove fanno le radiografie. Un raggio laser rosso effettuò una rapida scansione del corpo femminile e la porta subito si aprì con un leggero risucchio. Dentro l'ambiente era immerso in una tenue luce azzurrina. Lo colpì subito l'immenso spiegamento semicircolare di mastodontici monitors LCD ed un appena percettibile ronzio di ventole. L'aria condizionata era piacevolmente assestata su circa 22 gradi. Nel centro troneggiava una poltrona simile a quella del dentista, ma molto più ricca di fili e strane apparecchiature luminescenti. Quattro tecnici, sempre in camice bianco, si davano da fare alacremente tra un macchinario e l'altro e tutto aveva un aspetto fantascientifico, irreale. Accidenti, s'era aspettato qualcosa di molto più banale. Avevano parlato di un guanto, di simulazioni al computer, ma tutto questo nulla aveva a che fare con quel che si era raffigurato. Istintivamente si ritrasse, ma la sua deliziosa accompagnatrice aveva previsto questa reazione e mettendogli una mano sulla spalla gli disse: "Sembra tutto molto complicato e un po' spaventoso, ma non c'è nulla di cui preoccuparsi. E' una apparecchiatura sperimentale che richiede tecniche particolari, ma non è pericolosa. Anzi, potrebbe essere considerata perfino divertente e ci aiuta a definire con migliore accuratezza i vari aspetti della realtà virtuale che stiamo perfezionando." - "Ma mi avevano parlato di un guanto..." fece debolmente il Controllore - "Lo so, i nostri amministrativi scrivono così perché è troppo complicato parlare di queste apparecchiature. In ogni caso lo strumento definitivo sarà più simile ad un guanto che a questa poltrona inquietante, e non ci sarà bisogno di tutto questo dispiegamento tecnologico." "Ora si rilassi, si sieda e faccia finta di riposare un po'. Al resto penseremo noi e vedrà che sarà un'esperienza piacevole." Due tecnici inclinarono i piani complessi della poltrona e, non appena lui vi si fu accomodato, procedettero ad una ulteriore regolazione, registrando le sue misure biometriche e subito si sentì più tranquillo e comodo. Con un sottile ronzio un semicerchio metallico si posizionò all'altezza della fronte e lui vide che al suo interno c'era una miriade di puntini luminosi diretti sulla sua testa, quasi un piccolo universo fittamente stellato. Ogni micro-luce pulsava ad intermittenze diverse e l'effetto era perfino gradevole. Una voce professionale lo informò: "Lei sta per entrare in una sessione di simil-lavoro. Si comporti con naturalezza e vedrà che tutto si svolgerà per il meglio". Sì, ma l'avevano privato del suo berretto e in quella posizione non gli sembrava possibile assumere quel minimo di atteggiamento confacente, una espressione adeguata, le fisique du role insomma, che favorisse il corretto svolgimento della sua attività. Improvvisamente le micro-luci cominciarono a danzare, dapprima lentamente e poi via via più vorticose fino a che non gli riuscì più di seguirle con gli occhi. In quel momento si sentì sprofondare e cadde indietro, o almeno così gli parve, roteando in un cielo nero ma zeppo di stelle che lanciavano dardi di luce multicolore. Precipitò per molto tempo o, forse, per pochi secondi e, improvvisamente, il cielo scomparve a brandelli. Quasi un puzzle metafisico, dietro prese forma un'altra realtà, molto più familiare... L'interno di un vaporetto. Era in viaggio sulla laguna di Venezia e si vedeva chiaramente il campanile di San Marco e la prua dell'imbarcazione che lo stava puntando, infilandosi in una pseudo-via tracciata con pali di legno che emergevano neri dal mare luccicante. C'era molta gente. La solita invasione turistica variopinta, sempre diversa eppure sempre uguale, bambini che andavano e venivano starnazzando, mamme distratte, padri con le telecamere digitali, ragazzette poco vestite che ridevano, signore di mezza età con la permanente biondino-grigia e, seduti ai soliti posti, i pochi soliti pendolari dall'espressione indifferente. Accidenti, la simulazione era perfetta e si avvertiva perfino quel misto di odori dolciastro e acre (la gente si lavava sempre poco) mescolato alla salsedine, mentre il rollio del mezzo era assolutamente realistico, con tanto di vibrazione dei motori. Beh, pensò, tanto vale stare al gioco e non dirsi in continuazione che si trattava di una simulazione. Anzi, il realismo era talmente concreto che sarebbe stato più difficile contrastarlo con pensieri agganciati alla sala computers che assecondarlo e così, tanto per saggiare la qualità della rappresentazione, infilò la mano nella tasca dei pantaloni dove teneva solitamente l'obliteratrice meccanica. Trovarla al suo posto fu il tocco finale che lo rese nuovamente padrone della situazione e Controllore a tutti gli effetti. Si riassettò la giacca e la borsa a tracolla, inspirò dal naso, assunse un'espressione dignitosa ed entrò nella prima sala, spingendo l'angusta porta a molla. E, come al solito, gli occhi di tutti furono puntati su di lui. Attese qualche secondo prima di iniziare le verifiche, un po' per lasciare alla gente il tempo di trovare i biglietti e un po' per valutare la situazione, abbracciando con uno sguardo professionale l'intera sala. Fu in quel momento che la sua attenzione si fissò su una donna bionda, seduta leggermente di lato così che la faccia risultava coperta dai capelli, vestita di bianco e che pareva cercasse affannosamente un biglietto che non trovava. Istintivamente le si avvicinò e lei se ne accorse. "Scusi Controllore" gli disse con voce gradevole e vagamente familiare, "non trovo più il biglietto. Mi aiuta a cercarlo?" Le si avvicinò di più, incuriosito, e si chinò per aiutarla. Il viso non era ancora visibile mentre lui già frugava dentro alla borsetta con la faccia vicinissima alla scollatura. Lei si piegò leggermente e un magnifico seno, piccolo sodo e fresco si posò sulla sua guancia facendolo rabbrividire. Caspita che simulazione, pensò, questa era roba raffinata che piaceva perfino a lui, abituato a non lasciarsi andare con il pubblico. Girò la testa per guardarla e, finalmente, in mezzo ai capelli biondi vide un grazioso viso familiare. Era quello della sua accompagnatrice in camice bianco! "Zitto", fece lei in un sibilo. "Finga di aiutarmi senza movimenti strani, perché ci stanno controllando" - "Ma lei non è ..." azzardò il Controllore "Ssst! Sì sono io, ma loro non lo devono sapere. Sono entrata di nascosto nella simulazione per metterla in guardia, per farle sapere che stanno tentando di manipolarci. Ora si rialzi senza movimenti bruschi e continui il suo lavoro. Mi farò viva in seguito." Lui si alzò, con la guancia che risentiva ancora del fresco contatto con quella tettina impertinente e, affettando indifferenza, prese il biglietto che gli veniva porto da un viaggiatore vicino. Lo perforò, prese altri biglietti dalle persone lì attorno e, clack clack, li annullò a dovere. Poi si spostò verso l'altro gruppo di viaggiatori. In quell'istante il suono fortissimo di una sirena lacerò l'aria e tutte le luci si accesero e spensero ad intermittenza. "Fine della simulazione" tuonò una voce forte, penetrante ed autorevole. Fece a tempo a vedere che proveniva dal Controllore Capo, diretto a grandi passi verso di lui. "Cosa succede" balbettò incredulo verso questa autorità. "Caro signore, lei ha contravvenuto alla regola. La signorina bionda non è in possesso del biglietto e lei ha omesso la procedura prevista, non facendo pagare la corsa con la relativa maggiorazione di legge. In questi casi la Compagnia non transige e la punizione prevista per questa grave mancanza è quella massima: Lei è licenziato con effetto immediato. " La luce si spense definitivamente, ma nelle sue orecchie continuava ad aleggiare l'eco di quelle parole terribili, che si protrasse anche quando dall'oscurità cominciò a prendere forma la stanza con i grandi schermi e le apparecchiature fantascientifiche. Era sconvolto e atterrito, annichilito dalla sconvolgente esperienza che l'aveva ridotto in uno stato pietoso. Sentiva le gocce di sudore tra i capelli che si riunivano in rigagnoli scendendo verso le orecchie e il collo. Accanto alla poltrona, sulla sinistra, c'era un tecnico che stava guardando con aria perplessa lo schermo del tablet PC che aveva tra le mani e scuoteva di tanto in tanto la testa. Alla sua destra, leggermente chinata su di lui, stava la ragazza responsabile dell'orrendo finale della simulazione. Questa, appena si accorse del suo ritorno allo stato di veglia, lo fissò strizzando gli occhi e girandoli subito dopo verso il tecnico. Era un chiaro avvertimento di tenere la bocca chiusa. "Ah, ehm ... signor Controllore ... " fece il tecnico schiarendosi la voce non appena si accorse della sua emersione nel mondo reale "ecco, vede ehm... non sappiamo cosa sia successo, cioè no, lo sappiamo benissimo ma ehm, ci deve scusare ... il finale, ecco..." era visibilmente a disagio, malgrado l'espressione distorta dalla luminescenza dello schermo tra le mani, che gli disegnava sul viso innaturali ombre all'insù. "insomma, non era previsto che finisse così. In questa prima fase non dovevano esserci viaggiatori senza biglietto. Cioè io... noi li abbiamo programmati... insomma tutto doveva svolgersi in modo normale. Stiamo cercando di capire cosa sia successo ... ci scusi per il finale ... La Compagnia ha preteso che prevedessimo anche la punizione nel caso di inosservanza delle Norme da parte del Controllore, ma è una routine che non è ancora stata testata e, in ogni caso, non avrebbe dovuto innescarsi ... non in questa fase, almeno." Dopo un piccolo colpo di tosse diplomatica continuò "Ecco, se lei potesse aiutarci ... Non riusciamo ad individuare quale sia il Viaggiatore virtuale senza biglietto... le frames in quel punto sono confuse... se lei potesse fornircene una descrizione..." Il Controllore gettò un rapido sguardo verso la ragazza, che stava al suo fianco con espressione impercettibilmente allarmata, spostandolo subito dopo verso le apparecchiature e facendo finta di niente perché era evidente che non avrebbe dovuto tirarla in ballo. Dopo un'inspirazione profonda azzardò: "Beh, sinceramente (usano tutti questa parola quando stanno per dire una balla) non sono riuscito a vederla bene in volto. Era una donna, con i capelli sul biondo (quel particolare probabilmente l'avevano notato anche loro e non voleva far capire che stava mentendo). L'ho vista cercare il biglietto nella borsetta... Ecco io ero troppo concentrato su quel biglietto che non saltava fuori per ricordarmela. Però mi sembrava in buona fede, ed ecco perché non ho ritenuto opportuno dar corso alla procedura di emissione sostitutiva." Il solo pensiero di questo errore procedurale così macroscopico lo aveva annichilito al punto da costringerlo a biascicare le ultime parole con voce stentorea e impastata. Il Tecnico scuoteva la testa e continuava a premere un pulsante che, emettendo dei beeps, faceva scorrere i diversi fotogrammi della scena, avanti e indietro. Improvvisamente la sua espressione si mutò in un ghigno mentre lo zoom di un'immagine ne allargava i riflessi variegati sul viso. "Ah, bene" disse con voce ferma e decisa. "Così è tutto più chiaro." E fece un rapido cenno a due tecnici tarchiati che sostavano dietro di lui, apparentemente distratti. La bionda trasalì stupefatta vedendoseli improvvisamente piombare addosso. Uno l'afferrò saldamente da dietro, coprendole la bocca con una mano mentre l'altro fece schizzare il Controllore dalla poltrona e, con rapida mossa, lo immobilizzò allo stesso modo. Li trascinarono a passi svelti davanti ad una paratia metallica che si ritrasse subito di lato rivelando un angusto e buio sgabuzzino. Controllore e ragazza si ritrovarono uno addosso all'altra mentre la paratia si richiudeva. Dentro c'era un ronzio assordante e un calore insopportabile e i due si resero subito conto che urlare non sarebbe servito a nulla. Come tutte le situazioni disperate, anche questa presentava i suoi lati positivi e, infatti, passata all'incirca una mezz'ora decisero di spogliarsi per non soffocare. Manovra difficile in uno stanzino di un metro per un metro, ma alla fine ci riuscirono e il Controllore, che già aveva sperimentato il brivido virtuale del seno sulla guancia, ora si ritrovò a dover sperimentare ben altri contatti e, per giunta, tutti reali. Nella sua vita di uomo metodico e controllato un simile uragano di sensazioni non s'era mai verificato e così il Controllore si trovò a dover fare i conti con una realtà nuova e sconvolgente. Da un lato il pericolo e la frustrazione del sequestro e, dall'altro, tutta una serie di gradevoli contatti che facevano ampiamente da contropartita. Non era un brutto uomo ma semplicemente tarpato dalla sua professione che era diventata uno stile di vita, anche se ora le cose stavano rapidamente cambiando faccia. Lo pensò anche la ragazza che, trovandosi succintamente a contatto con quel fisico, di sensazioni cominciava a provarne anche lei. Recuperata un po' di freddezza, però, disse "Dobbiamo tirarci fuori al più presto da questo pasticcio" ma il Controllore, non sicuro di tutta quell'urgenza, se ne stette zitto. "So dove ci troviamo" continuò "e credo che questo pannello si possa rimuovere facilmente. Su, mi aiuti." Era un pannello situato nel lato opposto alla paratia di ingresso e, cercando di fare presa con il palmo delle mani, provarono a saggiarne la solidità. Sembrava inamovibile. "Proviamo a spingerlo verso l'altro. Premendo contemporaneamente nella parte inferiore forse dovremmo riuscire a sbloccarlo". La ragazza cominciò a spingere e mister Controllore dovette dare dimostrazione di non essere una pappamolla. Tirando e spingendo, ad un certo punto si udì uno schiocco e il pannello miracolosamente slittò verso l'alto. Subito lo stanzino fu invaso da una luce verdognola che li trasformò in seminudi alieni stile Star Trek. "Evviva" sbottò la ragazza "siamo in corrispondenza di una zona strategica del calcolatore centrale." Infatti una miriade di cavetti entrava ed usciva da un enorme pannello metallico. In centro c'erano due sottili fessure, larghe quanto una carta di credito, ciascuna con un proprio pulsante. Premendoli la ragazza disse: "Con un po' di fortuna ce la faremo". Uscirono due schedine, ciascuna delle quali aveva un connettore dorato a nove poli nella parte bassa e sottili piste ramate che le percorrevano, ricongiungendosi ad una pista centrale più grossa sulla sommità. "Queste due schede costituiscono un rudimentale indirizzo di memoria a due bytes che corrisponde al punto di startup del BIOS del calcolatore, che ha solo 64 Kb di ROM." La faccia del Controllore assunse un'espressione lievemente inebetita che, per fortuna, sotto quella luce verdastra non si notava molto. La ragazza continuò: "Tutti, qui all'IPI, se ne sono dimenticati. In effetti da molti anni nessuno deve più lavorare in questa zona del calcolatore centrale ma io ricordo benissimo di aver fatto pratica, nei primi anni di lavoro, proprio con questo pannello. Ascolta, non importa se non capisci quello che sto per fare, basta solo che mi aiuti a modificare in qualche modo questi contatti. " L'espressione del Controllore divenne più attenta, sentendosi improvvisamente tirato in ballo. "Sì, ma non vedo in che modo potrei..." gli morì la parola mentre la bella ragazza riprese: "Dobbiamo interrompere due piste che ora sono a massa come tutti gli altri bit, modificando l'indirizzo di partenza delle routines iniziali da 0 0 a 128 128. Ecco vedi", disse indicando la seconda pista di ciascuna scheda," questo è il bit più alto mentre Il primo conduttore è la massa. Dobbiamo cercare di interrompere in qualche modo la pista e riposizionare il tutto." Peccato che la luce non fosse sufficiente per rivelare l'espressione da Eureka che illuminò il viso del Controllore. Si chinò e prese a frugare freneticamente nei suoi vestiti. Dopo qualche secondo estrasse un oggetto dalla tasca dei pantaloni; brandendolo con aria vittoriosa, lo esibì alla bionda che osservava il tutto tra l'incuriosito e lo speranzoso. "Questa è una pinza obliteratrice," spiegò tutto d'un fiato. "che serve per forare i biglietti delle corse, invalidandoli. Però adesso la sua piccola fustella di acciaio ci permetterà di fare esattamente quello che vuoi tu". Prese la prima schedina dalle mani affusolate della sua compagna di sventura e la posizionò febbrilmente ma con precisione nell'intercapedine dell'obliteratrice, in modo da avere la seconda pista ramata esattamente al centro della fustella. Lei, che stava osservando con attenzione la manovra, fece un cenno d'assenso. Il Controllore aveva ripetuto milioni di volte quel gesto semplice ma importante che ora li avrebbe - non aveva ben capito come - liberati. Assunse un'espressione professionale mentre stringeva l'impugnatura e... clack ! Il primo cerchietto di plastica e la pista che l'attraversava fuoriuscirono cadendo sul pavimento. La ragazza prese la schedina e, guardandola in controluce, fece ok con il pollice e l'indice e l'infilò nella prima fessura. Quindi gli porse anche l'altra e lui la perforò con precisione... clack! Dopo una rapida occhiata di verifica lei la fece scomparire, come la prima, nell'altra fessura e disse: "Stai a vedere cosa succede quando premerò questo pulsante di reset." Con un sottile ghigno di compiacimento spinse il pollice in mezzo all'intrico di fili, là dove sporgeva un minuscolo tasto nero. Si udì un tonfo e la luce si spense, mentre un sibilo decrescente di motori privati all'improvviso di energia sottolineava sinistramente lo spegnimento del calcolatore. Il buio era totale e lui ne ebbe istintivamente paura. Gli parve di fluttuare nell'aria senza peso e senza tempo finché si accorse che il buio appariva striato da piccole scie luminose vorticanti. Queste si avvicinarono sempre di più e, sempre più luminose, si condensarono davanti ai suoi occhi mentre prendeva corpo la scena iniziale con lui sdraiato sulla poltrona che osservava lo strano semicerchio metallico davanti ai suoi occhi, finemente punteggiato da una miriade di microstelle pulsanti. Subito questo si ritrasse con un soffio da movimento pneumatico, rivelando il bel viso della ragazza che gli sorrideva da sopra. "E' tutto finito: lei ha superato brillantemente tutti i tests e ora può alzarsi." Gli prese la mano e l'aiutò a scendere con cortesia professionale. Il Controllore si sarebbe aspettato di vacillare ma non fu così. Gettò una rapida occhiata ad un monitor su cui si vedeva chiaramente la ripetizione della scena della perforazione delle schedine, mentre un tecnico in camice bianco gli elargiva un ultimo sorriso condiscendente prima che abbandonasse la sala. Quando fu nell'ascensore con la sua deliziosa accompagnatrice il Controllore ruppe il silenzio provocatogli dall'incredibile esperienza virtuale appena vissuta.
Le obliterazioni virtuali del Controllore Metafisico
di Giordano Ghiraldini
(I° parte)